«Il Faust di Sagramora», Palazzo Comunale

Nelle vaste sale della cripta del Palazzo Comunale di Vetralla, messe a disposizione dal Sindaco e dall’Assessorato alla Cultura, si è svolta dal 23 dicembre 1989 al 1° gennaio 1990 una mostra dedicata al Faust di Goethe, con 15 opere di grandi dimensioni, oltre a un’antologica della produzione passata e attuale della pittrice. L’affluenza è massiccia, anche per la concomitanza del “Presepe vivente” che si tiene nello stesso periodo in piazzette e vicoli della parte medievale della cittadina, richiamando persone da tutta la provincia di Viterbo e dalla Capitale.

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Ovunque sono stati affissi manifesti per pubblicizzare l’evento, e in ogni locale pubblico si distribuiscono locandine e dépliant. In questi, a firma Fulvio Di Lieto, si legge: «Il tema della lotta tra il Bene e il Male, cosí come quello dell’eterna giovinezza, avvincono l’uomo dall’inizio dei tempi, insieme alla possibilità di tendere verso la perfezione, ciò che la condizione umana, per volontà celeste, comporta. È proprio di questo desiderio d’assimilazione al divino che si serve Mefistofele per tentare Faust, il quale incarna tutte le aspirazioni e le debolezze umane. Nelle tele presentate in questa mostra, ispirate al grande poema di Goethe, viene raffigurato l’intero percorso che va dalla caduta alla resurrezione dell’Uomo. Colori e linee si armonizzano nel raccontarci questa parabola, sospesa tra mito ed esoterismo. La sapiente scelta dei toni e i forti effetti scenografici rendono con efficacia l’atmosfera magico-misterica del capolavoro goethiano».

La visita alle Sale è guidata, per far conoscere, attraverso i quadri, la tematica trattata, poco nota ai più, o conosciuta solo per la prima parte relativa a Faust e Margherita.

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Oltre al normale afflusso di pubblico adulto, molte sono le visite, persino ripetute più volte, di bambini affascinati dalla spiegazione. Uno di essi ha persino imparato tanto bene il racconto da ripeterlo a sua volta ad altri piccoli amici che ha portato con sé…

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FAUST Prima Parte

Il percorso inizia con l’Evocazione dello Spirito della Terra, il quale, volgendosi Faust, che lo ha chiamato, pronuncia questi versi (nella traduzione di Vincenzo Errante):

«Nei flutti del mondo viventi
nel tempestar degli eventi
io salgo e discendo
tessendo
tessendo
tessendo.
Nascita e morte.
Infinita vicenda
un eterno mare
un alterno operare.
Un rútilo fuoco di vita.
Io tesso
al telaio ronzante
del Tempo
la tunica viva
di Dio».
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Nel secondo quadro Faust, rendendosi conto che tutto il suo sapere non l’ha portato alle vette che avrebbe voluto raggiungere, afferma: «Al verme che la polvere rovista, io rassomiglio…». Decide pertanto di togliersi la vita con un velenoso succo da lui stesso distillato. Ma mentre sta per portare la coppa alle labbra, ode un suono di campane e un coro angelico:

«Cristo è risorto!
Beato amante,
chi l’assillante
ed allenante
edificante
prova durata
ha superata
senza sconforto!».

È la Pasqua, e il suono celestiale evoca le campane che Faust sentiva nella sua infanzia, e l’emozione che esse provocavano in lui.
È il ritorno alla vita:

«Oh, seguitate a risonare in coro,
celesti melodie!
Sgorga il pianto…
La terra m’ha ripreso».

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Il terzo quadro ci mostra il primo incontro di Faust con Mefistofele. Questi offre i suoi servigi al vecchio sapiente, promettendogli di appagare ogni suo desiderio:

«Io ti darò ciò che non vide mai
uomo veruno al mondo».

In cambio, chiede la sua anima. Faust è tentato, e decide di stringere allora il patto con Mefistofele: otterrà tutto ciò che chiederà, fino al suo completo soddisfacimento:

«Se all’attimo dirò: “Resta! Sei bello!!”
allora sí, ti sia concesso stringermi
entro le tue catene;
allora sí, beatamente, a picco
io cali in perdizione!».

Mefistofele pretende che il contratto sia firmato con una goccia di sangue di Faust, e osserva:

«Il sangue è proprio un singolare umore»…

Il primo desiderio di Faust è di recuperare forza e bellezza della gioventú. Per ottenerla, Mefistofele si rivolge a una strega, che lo riverisce, obbedendogli. Nella cucina in cui viene introdotto, Faust intravede, riflessa in uno specchio, l’immagine di una donna “sovranamente bella”. Intanto la strega, attorniata dai Gattimammoni, ha preparato una magica pozione recitando una sconclusionata formula:

«Se intendi a fondo
le cose tue
d’uno fa dieci
lasciando il due.
Poi svelto aggiungi
al due il tre
e sarai ricco
siccome un re.
Se il quattro perdi
dei cinque e sei
fa sette e otto
e a posto sei,
ché il tutto lega
dice la strega.
Il nove è uno:
dieci, nessuno.
Tal, della strega,
è l’aritmetica».

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Faust beve il filtro magico e torna giovane e vigoroso, pronto a tutte le avventure cui il suo cuore anela.

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Ed ecco, con la gioventú, arrivare il desiderio dell’amore, la conquista di una fanciulla avvenente e pura: Margherita. E qui si mostra tutta l’abilità di Mefistofele nel tessere un’abile trama per far cadere la giovinetta tra le braccia di Faust. L’antica tentazione perpetrata da Lucifero su Adamo attraverso Eva, viene nella moderna epoca materialistica operata da Ahrimane, attraverso l’uomo, sulla donna. Chiede Faust a Margherita:

«Non sarà mai ch’io possa
posar beatamente sul tuo cuore
per pochi istanti almeno,
il petto contro il petto,
l’anima contro l’anima?».

Margherita vorrebbe, ma teme che sua madre possa sorprenderli. Lui la rassicura tendendole una boccetta, preparata da Mefistofele, che procurerà alla donna un sonno profondo. L’ingenua giovane accetta.

Giunge la notte di Valpurga, quando le streghe si uniscono ai demoni in sarabande sfrenate sul Brocken. Mefistofele porta Faust a partecipare a quello che considera divertimento oltre ogni limite, dietro a fuochi fatui, spiritelli burloni e maghe ammaliatrici. Ma Faust osserva distante, non sembra divertirsi, e anzi, ha improvvisamente la visione di Margherita, che da tempo non vede. La povera fanciulla – dopo aver ucciso la madre per l’eccessiva dose di sonnifero versatale nel bicchiere, e dopo aver trovato ucciso dalla spada di Faust il fratello Valentino che voleva vendicare il suo onore – ha avuto un bimbo da chi l’aveva illusa e poi è scomparso. Allontanata da tutti è divenuta folle e ha annegato il figlioletto. Ora è stata portata in prigione e attende di essere giustiziata. Faust contempla la visione e chiede a Mefistofele:

«Dimmi, Mefisto! Non la vedi tu
una bambina bella, ecco, laggiú,
pallida in volto, sola sola… Guarda!
Si trascina a fatica… Si direbbe
ch’ella cammini con i ceppi ai piedi.
Oh, non m’ingannan gli occhi!
A quell’angelo, sí, tutta somiglia
di Margherita!»

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Mefistofele cerca di distrarre Faust da quella vista con un intermezzo teatrale: le nozze d’oro di Oberon e Titania. Il re e la regina, dopo aver svolto una vita libera e disinibita, ognuno per proprio conto, si riuniscono per celebrare allegramente l’evento. Dice Oberon:

«Io propongo il nostro esempio
a modello d’ogni imene.
Giova proprio la distanza,
perché due si voglian bene»

Aggiunge Titania:

«Se la sposa ha grilli in testa,
se lo sposo è borbottone,
lei si mandi a mezzogiorno,
lui, per contro, a settentrione».

Faust fugge da lí, preso da cupi pensieri. Vuole che Mefistofele salvi Margherita, che la libera dalla prigione in cui è stata rinchiusa. Mefistofele promette di annebbiare i sensi del carceriere, ma sarà Faust a doverla condurre fuori del carcere.

L’incontro tra i due è drammatico. Margherita vaneggia, non lo vede neppure, ricordando tutte le sue traversie. Faust la rassicura:

«Ecco ai tuoi piedi, qui,
l’amore tuo, che viene
per schiuderti le porte
di quest’orrendo carcere».

Lei finalmente lo riconosce, ma rifiuta di seguirlo. Le sembra di vedere dinanzi a sé la folla riunita per la sua esecuzione:

«Piazze e strade non bastano
a contenerla. La campana chiama.
Spezza il giudice già la sua bacchetta.
Ecco, mi legan stretta…
Ecco mi agguantano…
Al ceppo mi trascinano…
Piombar sul collo già si sente, ognuno,
la lucida mannaia
che sul mio collo piomba.
È muto il mondo, Dio, come una tomba».

Mefistofele intanto sollecita i due dalla soglia: albeggia, e possono essere scoperti. Margherita lo scaccia e si rivolge al Padre celeste. Si ode una voce dall’alto: «È salva!». Faust e Mefistofele scompaiono.

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FAUST Seconda Parte

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Mefistofele trasporta ora Faust nel Palazzo Imperiale e assume il ruolo di buffone di corte. Qui si susseguono le feste ed ha luogo una sfilata in costume, cui Faust assiste. L’Araldo annuncia l’allegoria della Prudenza, la quale, alla guida di un elefante e tenendo in catene due donne, così parla:

«Le due Nemiche dell’uman genere,
Tèma e Speranza, incatenate,
tengo lontane da questa congrega.
Fatemi largo, ché vi salvate!

Sono al vivente colosso guida,
sulla cui groppa torre s’affida.
Ei senza posa, per ardui sassi,
d’erti sentieri còmpita i passi.

Là sulla torre s’erge possente
stupenda Dea tutta fulgente,
con le veloci ali distese
verso il trionfo sempre protese.

Con quel gran nimbo di luce e gloria,
lontano e intorno splendore dà.
Il suo superbo nome è Vittoria,
Dea d’ogni fervida attività».

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Mefistofele, nei panni di Zoilo-Tersite, disprezza la rappresentazione della Vittoria. L’Araldo lo colpisce allora con la verga sacra e, osservando quanto accade, esclama:

«Come in duplice nano ei s’arrotonda
in una informe massa nauseabonda!
Oh prodigio! La massa si fa uovo!
L’uovo rigonfia. Guarda: in due si schianta!
Ed eccone sgusciar, gèmina coppia,
una vipera e insieme un pipistrello.
Li vedo già bel bello
(l’una giú nella polvere strisciando,
negro l’altro, al soffitto svolazzando)
affrettarsi là fuori in conciliabolo.
Essere il terzo non vorrei fra loro!».

Questo è l’unico punto del poema in cui Goethe mostra, simbolicamente, la duplice natura di Mefistofele che cela in sé Lucifero e Ahrimane, la vipera e il pipistrello.

Mentre a corte ci si diverte, i nemici dell’Impero premono ai confini. Per ricacciarli e per saldare tutti i conti in sospeso di un malgoverno scialacquatore, occorre l’astuzia di Mefistofele, con un’invenzione prodigiosa: la cartamoneta! Fatta apporre su un pezzo di carta la firma dell’Imperatore, questa è stata febbrilmente riprodotta da mille artisti durante tutta la notte su una moltitudine di altri pezzetti di carta, attestanti la validità della loro contropartita in oro: oro che giace nelle viscere della terra, in tesori nascosti che potrebbero sempre essere ritrovati. E che di certo appartengono all’Imperatore. Quella carta vale dunque come oro zecchino! Tutti i debiti sono saldati, i lanzichenecchi che avevano disertato, ora ben pagati, hanno rinnovato la ferma e i nemici sono stati respinti. Dice il Gran Tesoriere:

«Non sarebbe possibile imbrigliare
la corsa, Maestà, di quei biglietti!
Con sveltezza di lampo che saetti,
nella fuga si sono sparpagliati.
Stanno da mane a sera spalancati
gli uffici ove si cambia la valuta».

L’Imperatore è grato ai nuovi venuti per la recuperata (anche se falsa) prosperità.

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A corte si cercano sempre nuovi divertimenti. Faust si rivolge a Mefistofele:

«L’Imperatore vuole
che al suo cospetto, uniti,
vengano adesso qui Paride ed Elena!
E il suo volere non sopporta indugi.
S’è fitto in capo di mirar concreta,
per entro quegli esempi memorandi
d’uomo e di donna, la Bellezza umana».

Risponde Mefistofele che è molto difficile richiamare quegli eroi dal luogo misterioso ove sono ora. Per farlo occorre varcare il mondo delle Madri. E a lui è impedito penetrarvi: solo l’uomo può farlo. Dice però di possedere una chiave che, stretta nelle mani, porterà Faust fin nell’abisso, dove arde un tripode. Toccato con la chiave, quello lo seguirà come un servo fedele. Con il tripode sarà possibile evocare l’eroe e l’eroina. Faust non ha paura di affrontare la grande prova e si lancia giú, nel regno delle Madri, ove riesce a prendere il tripode e a tornare alla reggia, per evocare, davanti all’Imperatore le figure dei due eroi. Vista Elena, Faust se ne invaghisce. Tenta di trattenerla, ma lei. Da fantasma com’è, svanisce in fumo.

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Faust torna allora nel suo studio di alchimista e lavora alacremente, con il suo aiutante Wagner, a esperimenti avanzatissimi: creare la vita in provetta! Dopo tanta ricerca, l’opera riesce, e una piccola creatura, Homunculus, prende forma e inizia a parlare. Apprezza la vita, ma vuole essere liberato dal vetro che lo tiene prigioniero. Per riuscirvi, sarà necessario che Mefistofele lo porti dalle streghe tèssale, nella notte di Valpurga Classica. Qui, sotto una luna quasi piena, superate sfingi e sirene, tra le baie rocciose del mare Egeo, ecco giungere il carro-conchiglia di Galatea, verso il quale Homunculus, infiammato d’amore, vola nella sua sfera divenuta aerea, luminosa e leggera. Cantano le Sirene:

«Qual igneo prodigio fa l’onde brillare
che in zuffa, in scintille si frangono in mare?
Risplende, vacilla, rimbalza tenace:
fa i corpi, per strade notturne, di brace.
D’intorno già tutto nel fuoco è sommerso.
Oh, Eros trionfi, Principio universo!».

I due si fondono in un magico amplesso.

Elena approda alla spiaggia davanti a Sparta e si reca, con un gruppo di prigioniere troiane, alla corte di re Menelao. Faust la accoglie degnamente, come regina. Insieme si recano in Arcadia, dove vivono il loro amore da cui nasce Euforione, non bimbo ma giovane impetuoso. Rallegrato da giochi con belle fanciulle, Euforione trascorre il suo tempo sognando i piú alti e nobili raggiungimenti. Vuole essere un eroe e ottenere la gloria. Elena teme per il figlio, che s’infuoca di ardore, e nel desiderio di volare alto nel cielo li lancia dall’alto di una rupe. Novello Icaro, cade e si schianta al suolo. La sua voce risuona dal profondo chiamando con sé la madre. Elena, accorsa dal figlio, si volge a Faust:

«Si avvera in me purtroppo un detto antico,
secondo il qual durevolmente giunte
non stanno la Fortuna e la Bellezza.
Sí della vita come dell’amore
Spezzati sono i vincoli tra noi».

Quindi scompare, lasciando solo la veste e il velo nelle braccia di Faust.
Tre sono le essenze di Elena che restano vive in Faust: quella riflessa nello specchio della cucina di strega, quella evocata dal tripode e quella in Arcadia.

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Ormai solo, Faust si dedica alle grandi opere di trasformazione della terra, prosciugando insalubri paludi con canali e dighe grandiose. Mai pago, ha sempre nuove richieste per Mefistofele. Il tempo trascorre fino ad una sua nuova estrema vecchiaia. Attorniato dai Lèmuri che lo servono, ancora sognando nuove terre feconde, esclama:

«Potessi un dí mirar queste contrade
brulicanti d’un simile fervore
ed abitar sovra il redento suolo
fra un popolo redento;
potrei gridare allora
“Resta, sei bello!” all’attimo fugace.
…Nel presagir questa letizia eccelsa,
io godo, adesso, l’attimo supremo».

Faust cade riverso e i Lèmuri lo afferrano. Mefistofele viene a prendere ciò che crede gli spetti: l’anima di Faust. Ma scende dal cielo un coro angelico tra rose e profumi. Mefistofele s’infiamma d’amore per quelle meravigliose creature. E mentre gli angeli trasportano in alto Faust, un uomo che ha peccato ma ha lottato per progredire, e quindi merita di essere salvato, il diavolo tenta di afferrare la sua preda, ma compie inutili salti, bloccato nella sua goffa animalità.